L'Amanita muscaria non è un fungo così velenoso e
mortale come si è voluto far credere per secoli e come ancora lo si
vorrebbe spacciare. È sufficiente conoscere la storia millenaria del
rapporto dell'uomo con questo fungo per intuire che quel famigerato
teschio con cui si è soliti ancora oggi marchiare l'agarico muscario
nei manuali per i raccoglitori di funghi è frutto di una secolare
campagna di criminalizzazione nei confronti di un induttore di stati
visionari, di una "droga", il cui uso era radicato fra la popolazione,
che se ne tramandava la conoscenza da tempo immemorabile.
Non v'è maniera più semplice, per sradicare l'uso di un fungo
psicoattivo, di quella di confonderlo fra i funghi mortali: nelle
intossicazioni fatali che via via si verificano, per causa dell'A.
pballoides o di altri funghi realmente velenosi, è sufficiente per
alcuni decenni far registrare il nome dell'agarico muscario accanto
alle specie responsabili delle intossicazioni, e il gioco è fatto.
Ciò potrebbe apparire fantasioso, se non fosse che ci è ben noto che
al giorno d'oggi strutture finalizzate alla repressione dell'uso delle
"droghe" hanno progettato a tavolino e realizzato ben di peggio.
Valutando poi che vi sono tutti i buoni motivi per ritenere che dietro
all'opera di criminalizzazione dell'agarico muscario vi sia stato lo
zampone della Chiesa, l'ipotesi di un'intenzionale operazione culturale
di "mortalizzazione" di questo fungo - durante il '700 o l'800 o molto
prima - è plausibile. un fatto storicamente accertato che, nei momenti
della messa al bando delle diverse "droghe" (tè, caffè, cacao,
tabacco, cannabis) i governi e i suoi luminari lacchè non hanno
badato a spese nel tacciare di "mortale" la droga frutto delle loro
lucrose poltrone.
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Fa sorridere il pensiero che vi siano stati primi ministri o ministri della
sanità a gridare al pericolo per il dilagarsi nella società del cacao o del
caffè, "droghe così mortali da ammalarsi al solo pronunciarne il nome",
eppure ciò si è verificato davvero.
Tuttavia, il raccoglitore di buone esperienze, lo psiconauta, tiene conto
del fatto che l'agarico muscario non è così innocuo come il caffè, il
cacao o la cannabis e del fatto che il frutto più amaro della
criminalizzazione dell'uso di una "droga" consiste nel processo di
deculturalizzazione su cui questa criminalizzazione si basa. È sempre
stato questo il motto e il fine dei proibizionismi di tutti i tempi:
deculturalizzare i comportamenti che sono da reprimere. Decenni, se
non secoli di deculturalizzazione di una "droga" fanno perdere la
conoscenza, oltre che eventualmente della "droga", dei modi più adatti
per usarla e per non farsi del male. Il proibizionismo spazza
letteralmente via tecniche di preparazione e di approccio la cui
conoscenza è stata accumulata e tramandata per secoli e spesso - come
nel caso dell'agarico muscario - per millenni: conoscenze acquisite
nell'Età della Pietra!
Nella rivalutazione dell'agarico muscario e della sua congenere agarico
panterino come "allucinogeni" o "enteogeni" probabilmente di prima
qualità, v'è francamente il serio pericolo che, fra quanti si avvicinano
a questa esperienza, vi sia chi vi si "tuffi" senza badare a precauzioni
di alcun genere, né tanto meno a dosi o a subdosi.
Eppure, queste amanite sono meno innocue dei funghetti (Psilocybe spp.).
Non si tratta di tirare qui in causa i rarissimi casi fatali per
ingestione di A. muscaria verificatisi in Siberia a seguito di
assunzione di enormi quantità di questo fungo, probabilmente più potente
e, forse, più "muscarinico" in quelle regioni, che non in Europa.
Un problema più concreto è costituito dal fatto che questo fungo,
specie se assunto in maniera inadeguata, può provocare spiacevoli
effetti fisici quali nausea, crampi allo stomaco, vomito, tremore agli
arti, ovvero una vera e propria intossicazione, generalmente e forse
sempre di lieve entità. E più la paura che si prende che il concreto
pericolo che si corre. Ma il raccoglitore di buone esperienze non è
in cerca di questo. Una volta "calibrato" il metodo di preparazione
e di assunzione di questo fungo, attraverso il buon senso e semplici
metodiche di autosperimentazione, egli sarà in grado di utilizzarlo
positivamente con il medesimo grado di sicurezza con cui è solito
avvicinarsi ad altre piante e sostanze psicoattive.
Lo psiconauta tiene adeguatamente e costantemente conto: dell'importanza
della corretta identificazione del fungo, specie se si tratta di agarico
panterino o se sta osservando forme iniziali di sviluppo del carpoforo,
ancora allo stadio di ovulo; della significativa riduzione di rischi
facendo essiccare bene i cappelli dei funghi, prima di esperenziarli,
anziché ascoltarli allo stato fresco; del fatto che l'agarico
panterino è sino a tre volte più efficace dell'agarico muscario, ma è
anche triplicato il rischio di effetti collaterali spiacevoli e dei
rarissimi casi fatali.
Di fronte alla grande variabilità nel contenuto di principi attivi e,
forse, di muscarina, dell'agarico muscario e dell'agarico panterinico,
e quindi alla imprevedibilità dei loro effetti, è buona cosa osservare
campioni di funghi del medesimo luogo e del medesimo momento, cioè
di funghi provenienti dalla medesima fruttificazione. Ciò rende
possibile calibrare i dosaggi su materiale dal contenuto più omogeneo in
principi attivi.
Prima di cimentarsi nelle dosi medie o in quelle "superiori",
v'è chi calibra sempre una nuova raccolta saggiando una o più sub-dosi e una
o più dosi basse di agarico muscario e, a maggior ragione, di agarico
panterino, prestando attenzione nel far passare alcuni giorni da un'esperienza
a quella successiva. Assumere di colpo tre cappelli di questi funghi, senza
previa "calibrazione", è rischioso: è impossibile morire, ma subire effetti
fisici spiacevoli è un fatto già più probabile.
La popolazione attuale non è più "abituato" all'esperienza con questo
fungo e, dato che le convinzioni influiscono sugli effetti, è possibile
che chi, pur in maniera recondita, lo ritiene velenoso, ne ricavi per
questo un'intossicazione. Si tratta, forse, di ravvicinare gradualmente,
per "riabituarli", i corpi e le menti degli uomini d'oggigiorno a questo
antico vegetale psicoattivo, di trasformare gli effetti fisici ritenuti
spiacevoli, che possono dominare l'esperienza, in effetti secondari
controllabili, di lieve entità e comunque non più protagonisti
principali dell'esperienza. Nell'Amazzonia, l'ayahuasca può causare il
vomito fra i suoi consumatori, ma ciò è vissuto come parte dell'
esperienza ed essendo culturalmente accettato non è vissuto come un
problema. Diversi fra gli europei che si sono avvicinati all'ayahuasca
hanno inizialmente vissuto il sintomo del vomito come un problema e un
pericolo, con notevole interferenza di ciò sulla qualità dell'
esperienza; tuttavia, col progredire del rapporto con l'ayahuasca,
hanno gradualmente appreso ad accettarlo, sino al punto magari di
riuscire ad evitarlo, comprendendo l'adatta dieta e il miglior
approccio psico-fisico all'esperienza.
Ricerca di informazione, precauzione dinamica e ostinazione sono
strumenti indispensabili per ripercorrere autostrade neurochimiche
annebbiate dall'oblio collettivo; percorsi mentali battuti e ribattuti
dall'uomo sin dall'età della pietra.
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